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L’impresa vista dalla banca: i nuovi occhiali delle Banche di credito cooperativo

Il treno della riforma del credito cooperativo si è ormai messo in moto e, a tappe sempre più forzate, si avvicina al suo compimento con la creazione (ormai abbastanza verosimile) di almeno tre gruppi unici, facenti capo rispettivamente a Iccrea di Roma, alla Cassa centrale Banca di Trento e al Gruppo Raiffeisen Kasse di Bolzano. Entro poche settimane i Consigli di Amministrazione delle singole Bcc-CRA dovranno deliberare la pre-adesione a uno dei tre progetti industriali presentati e le assemblee delle singole banche locali saranno chiamate a pronunciarsi definitivamente su tale adesione in sede di approvazione del bilancio.
Il dibattito sul tema è rimasto (fin troppo) confinato nelle sedi specializzate degli studiosi del sistema creditizio e delle sue regole oppure, il che è quasi peggio, si è ridotto a valutazioni fatte in ambito bancario (lavoratori e organismi di gestione e controllo) circa l’indipendenza e il mantenimento, in sede locale, di adeguati poteri, autonomia, posti di lavoro e non. Tutto legittimo, ovviamente, tranne che per un piccolo particolare: nessuno si sta interrogando su quello che accadrà o potrebbe accadere alle imprese clienti delle Bcc-CRA interessate a questo cambiamento epocale e da esse affidate.

La costruzione giuridica fatta propria dalla riforma può essere sicuramente interpretata come un tentativo di coniugare esigenze di rafforzamento patrimoniale delle banche interessate con il mantenimento di un certo livello di autonomia e di presenza sui territori. Il Presidente della BCE Mario Draghi, nella sua lettera di settembre a margine della riforma, ha ricordato che parlare di Gruppo Bancario significa identificare precise regole di governance, una gerarchia abbastanza rigida, una centralizzazione molto più marcata di ciò che fino a questo momento è stato delegato alla periferia (si pensi al tema dei controlli): in altre parole, una vera e propria perdita di autonomia, solo parzialmente mitigata da quanto previsto nel contratto di coesione tra le Bcc, ovvero che le banche più virtuose manterranno una maggiore indipendenza, libertà e autonomia. Le altre invece? Le altre chi sono, o chi saranno? È facile immaginare dunque (in quanto l’adesione ai gruppi non può essere rifiutata dal Gruppo stesso, perciò anche Bcc poco virtuose potranno trovarsi accanto ad altre più sane e solide) che queste banche più deboli e inefficienti saranno messe sotto tutela immediatamente, con un’oggettiva limitazione della libertà di decisione proprio in materia di rischio di credito e di sostegno alle imprese.

Ebbene, è ora che i clienti di queste banche si preoccupino: perché se quelli delle Bcc-CRA migliori, le più virtuose, non dovrebbero notare sostanziali mutamenti nella relazione di clientela, salvo per operazioni di grande ammontare che saranno avocate alla sede centrale del Gruppo, gli altri assisteranno inevitabilmente a un razionamento del credito e a un irrigidimento delle condizioni della sua erogazione.
In particolare proprio le imprese che, magari a stento, sono riuscite ad arrivare al termine di anni oggettivamente duri, spesso con la benevolenza della loro CRA-Bcc (quella stessa benevolenza che l’ha indebolita, che ne ha arricchito la voce 130, che identifica l’ammontare del credito deteriorato ormai non più occultabile in bilancio), si troveranno a dover fare i conti con criteri di informazioni e monitoraggio molto più stringenti.

Dall’altra parte le banche migliori, quelle che anche durante la crisi, nonostante le difficoltà oggettivamente attraversate dal Credito Cooperativo e dalle banche locali, sono riuscite a fare utili (e ce ne sono più di quanto si immagini), dovranno continuare nell’applicazione delle buone prassi all’interno di una logica che enfatizza, all’interno del gruppo, il trade-off tra efficienza e grado di dipendenza dal gruppo.

Cosa significa tutto questo per le imprese? Quelle sopravvissute devono pensare che per sopravvivere nel 2017 e nell’era del trumpismo non basta più accontentarsi: anche la più benevola delle banche non può migliorare la tua formula competitiva se non ci metti le mani tu, che sei l’imprenditore.
Quelle che stanno prosperando devono invece ricordarsi che la partnership, all’interno del rapporto banca-impresa, si conquista con la qualità, la tempestività, l’ampiezza delle informazioni e la consapevolezza di piani e programmi, con business plan chiari e definiti e una sempre più adeguata comunicazione finanziaria.
Per tutte le Pmi la riforma del credito cooperativo significa, sperabilmente, uscire dall’equivoco per cui la mancanza di vincoli (tranne quello quasi inutile delle garanzie), di schemi formali o la prossimità geografica può rappresentare una pedina di scambio tra prestiti erogati male e cattiva formazione. La sfida della comunicazione finanziaria si apre anche per le Pmi: perlomeno per quelle più consapevoli e disposte a farsi aiutare nel comprendere, prima ancora che nel raccontare, come stanno andando.